Disse Ulisse (o meglio, Dante)...

"Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza"

lunedì 30 ottobre 2017

Urban Exploration - Luce

Dopo tanto un nuovo racconto. Da anni seguo youtuber che parlano di mistero e di casi inquietanti (come Fuoco di Prometeo e L'inspiegabile), e un video di quest'ultimo riguardo all'urban exploration mi ha ispirato per il racconto che segue, che potrebbe essere lo "speciale halloween" del mio blog!
Se non sai cos'è l'urbex ti rimando direttamente al molto esplicativo video dell'Inspiegabile cliccando qui, se no leggi pure il racconto qui sotto!



«Sarà un colpaccio!» commentò Jacopo eccitato. Il portone automatico si apriva lentamente davanti a loro, emettendo un borbottìo lamentoso e ripetitivo. Si fermò bruscamente sbattendo contro la parete e si aprì davanti ai due una grandissima sala vuota.
Jacopo entrò con veemenza, fece due o tre passi sul pavimento nero per poi voltarsi indietro verso il suo accompagnatore. Lo fissò: Giulio era nella penombra davanti a quel portone, fermo sul marciapiede del corso, illuminato malamente e di trasverso dall'insegna del pub accanto. Uno zaino pendeva dal suo braccio destro da un solo spallaccio, mentre lui guardava un po' impacciato un oggetto che aveva tra le mani, forse un po' impaurito.
«Giulio, forse dovremmo accendere la telecamera e iniziare a filmare.» incalzò Jacopo indicando l'oggetto tra le mani del compare.
«Uh! Sì giusto!» e Giulio iniziò a filmare l'amico che coraggiosamente si intrufolava nell'oscuro androne. Jacopo da parte sua inforcò gli occhiali da sole nonostante il buio, scompigliò e gonfiò con le mani i suoi folti ricci neri e iniziò a camminare parlando alla telecamera, sottovoce e lentamente per dare un'aria grave alla situazione.
«Bella ragazzi! Benvenuti nel nostro primo video, io sono mr. J, e qui con me a riprendere c'è mr. G. Ci troviamo in questo posto scuro e dismesso per esplorarlo!»
Giulio sorrise a sentire ciò che diceva l'amico. Quel posto "Scuro e dismesso" non era che il condominio dove abitava. Le pareti erano effettivamente dipinte per metà di un blu tendente al viola e il pavimento era nero, quindi l'atmosfera era davvero scura, ma definire "dismesso" quel posto solo perché una delle luci sul contro-soffitto grigio era prossima a fulminarsi e lampeggiava irregolarmente con fare convulso era esagerato. Però nell'economia della ripresa faceva il suo effetto ed era tutto credibile.
«Bene, stoppa qui.» concluse Jacopo, togliendosi gli occhiali da sole. «Con questo buio è davvero un casino stare con 'sti occhiali» aggiunse.
«Sei tu che hai voluto metterli!» disse l'amico.
«Fanno parte del mio personaggio! Ora piuttosto caccia fuori le chiavi, che dobbiamo aprire il portoncino della scala.»
Giulio aprì, e si misero entrambi davanti alla porta dell'ascensore, aspettandolo.
«Sì, sarà proprio un colpaccio!» esclamò di nuovo Jacopo, sognante. «Quella casa abbandonata al sesto piano sarà la nostra fortuna su YouTube! Mi vedo già milioni di visualizzazioni per la nostra urban exploration. Di' un po', da quanto è abbandonato quel posto?»
«Una decina di anni. La donna che l'abitava è morta quando ero piccolo, ricordo che aveva dato ai miei le chiavi di casa sua per poter essere aiutata in caso di necessità. Da quando è morta nessuno ha più abitato in quell'appartamento...»
Entrarono in quella cabina marroncina e luminosa che era l'ascensore, e Jacopo constatò che era meglio non filmare lì dentro: avrebbe rovinato l'atmosfera creata nella precedente clip.
Usciti dall'ascensore la porta della casa che interessava loro era subito a destra. Giulio tirò fuori dal suo zaino una torcia e le chiavi. Jacopo osservò invece con cura ciò dove si trovavano e cosa avevano davanti.
Il portoncino era di un legno scolorito e graffiato sul fondo, come da degli artigli di un animale. Il portone era circondato da una pianta rampicante ormai raggrinzita, secca e morta, che con un ricercato gioco d'intreccio lo incorniciava. Doveva essere stato un lavoro davvero difficile e a suo tempo doveva dare una sensazione davvero allegra e vitale, l'esatto opposto di ciò che faceva adesso. Lo zerbino sul pavimento grigio chiaro era tutto consumato e impolverato, e ormai la scritta "WELCOME" che sicuramente anni fa vi era stata impressa era irriconoscibile.
«Ficata!» commentò sottovoce Jacopo, rimettendo gli occhiali.
«È tutto così decadente e abbandonato.» Aggiunse Giulio. «Da piccolo mi spaventava sempre!»
«Sarebbe da riprendere... Ma c'è una luce terribile!» precisò mr. J, indicando una lampada piatta e rotonda che dal bianco soffitto irraggiava con la sua luce altrettanto bianca tutto il pianerottolo. «Stona completamente con le riprese del piano terra! Umpf, vedrò di editare con un qualche filtro.» concluse.
La telecamera fu accesa, riprese mr. J e poi spostò l'inquadratura sul portoncino. La voce fuori campo di J fece come da didascalia.
«Una porta circondata dalla morte, come ferma nel tempo. Ecco ciò che ci aspetta, ciò che dobbiamo attraversare.»
Giulio aprì la porta e si trovarono davanti un'altra porta: era una porta per metà in vetro e per metà in legno, dipinta di marrone scurissimo. Entrarono, chiusero le due porte dietro di loro e si trovarono al buio. Procedettero alla cieca per qualche secondo, filmando il tutto, ma nel monitor della telecamera non si vedeva nulla se non un nero assoluto.
Un rumore secco e plastico, come di un qualcosa che cade per terra.
Jacopo che fino a quel momento era stato molto tranquillo e anzi divertito rabbrividì.
«Giulio, accendi la torcia.» chiese.
«Sì, un attimo! Mi è caduta per terra, ha fatto rumore, scusa. Ecco!»
Un debole fascio di luce illuminò la stanza: era davvero tenute e soffice, ma sufficiente perché loro vedessero o la telecamera impressionasse. I due riuscirono a intravedere due grandi librerie sulle pareti ai loro lati, colme di libri. Accanto alla porta c'era invece una scrivania con un computer fisso con schermo a tubo catodico e tastiera, tutto impolverato da anni di inutilizzo. Ancora una volta mr. J fece da didascalia alle riprese.
«È tutto così buio... Saranno anni che nessuno accende una luce qui dentro, e ora come ora premere un interruttore sarebbe inutile. Chissà da quanti anni la società elettrica avrà tagliato la corrente... Dovremo accontentarci delle nostre torce per far luce.»
Quando Jacopo disse la parola "luce" si sentì uno strano rumore, come un lamento, un guaito.
I due youtuber si arrestarono, entrambi inquietati. Illuminarono la zona da dove proveniva il suono e videro una porta. Sulla parete opposta videro videro un'altra porta.
«Probabilmente è un rumore proveniente da fuori.» commentò mr. J, turbato. «Giulio, in ogni caso mi sembra più ragionevole esplorare l'altra stanza.» concluse Jacopo.

L'obbiettivo riprese l'altra porta a vetri, con una maniglia rotta e la vernice un tempo bianca ma ora grigia, rovinata come se fosse stata graffiata da degli artigli. L'aprirono e si trovarono in una cucina: lo si capiva dal frigorifero subito alla loro sinistra e dai fornelli in fondo a destra, vicini a una porta-finestra che aveva la saracinesca abbassata. Matassine di polvere depositata anche sul tavolo, spesse un dito. In generale si riusciva a vedere bene con la torcia, lì dentro: le pareti erano di un colore abbastanza chiaro, una coperta da mattonelle bianche, l'altra dipinta di un giallo paglierino di pessimo gusto, ma che comunque rifrangeva bene.
Jacopo osservò il tavolo , poi ebbe un'illuminazione. Lo spolverò grossolanamente per poi dirigersi verso un mobiletto sopra lo sporco e marcio lavandino. Aprì un'anta e come aveva preventivato vi trovò dei piatti. Ne prese uno e l'appoggiò sul tavolo, del quale aprì un cassetto trovandovi delle posate. Dispose forchetta e coltello ai lati del piatto e spiegò all'amico:
«Questa parte la leviamo in fase di montaggio. La stanza è un po' pallosa e banale, voglio aggiungere un po' di pepe.»
Poi riprese il tono pacato e grave e didascalizzò:
«Mr. G, guarda, riprendi  questo tavolo! È ancora apparecchiato, come se chi stava in questa casa dovesse tornare da un momento all'altro e mangiare! Il tempo è davvero fermo. O forse chi viveva in questa casa è ancora qui, e il suo spirito non volendo accettare la propria morte apparecchia come dovesse e potesse ancora mangiare come facciamo noi vivi? Ooo-oooh!» commentò simulando preoccupazione «Guardate! Il piatto è pulito, mentre il tavolo è impolverato! Qualcuno l'ha palesemente messo di recente!» disse infine, guardando preoccupato in camera.
Camminarono ancora un po' nella cucina, inquadrando ora un vetro crepato nella porta finestra ora la cappa sopra i fornelli tutta sporca e unta, per poi far ritorno all'ingresso, e registrare il finale del video.
«Grazie per averci seguiti in questa urbex amici youtubers, qui da mr. J e mr. G di "Urla nel buio" è tutto, sempre pronti a far luce su ogni mistero!»
Come Jacopo disse "luce" il lamento tornò a farsi sentire, ma stavolta un altro bizzarro fenomeno vi si accompagnò: dai vetri della porta di prima si poteva infatti vedere una luce provenire dalla stanza, luce che si rifletté su uno specchio vicino alla porta, creando un'atmosfera spettrale e visionaria.
Si sentì un graffio come d'artigli sulla porta dall'altra parte. Jacopo e Giulio erano paralizzati. Un lamento simile a un latrato si propagò nell'aria, poi un ringhio. Infine un abbaio.
«Scappiamo!» gridò Giulio, e Jacopo lo seguì senza dubbi nella sua corsa verso le porte di uscita. Dietro di loro si sentiva ancora abbaiare e ringhiare, e la luce si faceva sempre più intensa.



I due youtuber chiusero il portoncino dietro di loro e si affannarono giù per le scale, arrivando al piano di sotto, alla casa di Giulio.
«Giulio!» commentò la madre del ragazzo, intontita e spettinata, uscendo dalla sua camera da letto «Che succede? Sono quasi le due del mattino, vi sembra il modo di entrare a quest'ora, sbattendo la porta?»
«Lasciamo perdere, mamma...»
La madre tornò a dormire, mentre Giulio e Jacopo andarono in cucina a farsi una tazza di latte caldo e cacao.
«Cosa può essere stato...?» chiese Jacopo ancora scosso, riguardando le riprese.
«"Luce"...» disse sibillino Giulio.
«Cioè?»
«La signora del piano di sopra aveva un dobermann, da quel che ricordo. Era la sua unica compagnia... Quando ero piccolo io aveva già una decina d'anni. Morì poco prima della sua padrona, e probabilmente fu il dispiacere causato dalla sua morte a darle il colpo di grazia. Ricordo che si chiamava "Luce".»

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Disse Anton Ego...

"Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose, anche l'opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale."