Disse Ulisse (o meglio, Dante)...

"Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza"

sabato 9 settembre 2017

Rivoluzione agricola del neolitico: come e perché l'uomo divenne stanziale

Perché quando e dove l'uomo divenne un agricoltore stabile? Ecco un tema che ho scritto l'anno scorso per la scuola, che spiega in maniera veloce e concisa questo periodo fondamentale nella storia dell'umanità!
Lo studio di questo argomento mi ha ispirato la i racconti su Dilbat.



Scene di caccia in pitture rupestri
Nel corso della storia sono tanti i filosofi e i poeti che si sono cimentati nell’immaginare uno stato di natura, un’ipotetica condizione originaria dell’uomo, in assenza di istituzioni statali e in perfetta armonia con la natura. Queste menti hanno prodotto opinioni in merito spesso in contrasto le une con le altre, sostenendo ora una condizione naturale di violenza ed egoismo, ora una di pace e armonia: secondo me tutte queste opinioni hanno un fondo di verità. Studi archeologici, svolti secoli dopo questi filosofi e poeti, oggi ci portano a credere che quell’ipotetico stato di natura sia effettivamente avvenuto, e abbia occupato la maggior parte della storia umana, approssimativamente da 100’000 a 13’000 anni fa. In questo lunghissimo periodo di tempo l’uomo viveva di ciò che trovava in natura, cacciando animali e raccogliendo frutti, cereali e radici: gli umani erano quindi organizzati in piccole società di cacciatori e raccoglitori, con compiti divisi per sesso (i maschi cacciavano e le femmine raccoglievano) e attenti a non abusare di ciò che la natura offriva loro: raccogliere tutti i frutti da una pianta per esempio avrebbe significato impedirgli di riprodursi, e quindi, alla lunga, di esaurire le risorse una volta morta quella pianta. Queste piccole società erano nomadi, perché seguivano gli animali che cacciavano, spostandosi seguendo i branchi. Se gli umani erano in armonia con la natura e all’interno delle comunità, non lo erano tra le varie società: avvenivano infatti guerre tra bande per contendersi territori di caccia e di raccolta. Questa situazione durò come detto migliaia di anni, finché qualche comunità che aveva scoperto l’uso dei metalli nella mezza-luna fertile che comprende Mesopotamia, Medio Oriente ed Egitto cominciò a notare che dai semi che venivano espletati nelle feci crescevano le piante di cui si cibavano: fu una scoperta fondamentale che permise all’uomo di poter scegliere cosa produrre; accompagnata da questa intuizione vi fu quella di selezione artificiale, dove chi piantava i semi lo faceva scegliendo quelli delle piante più fruttifere, riuscendo ad ottenere più cibo di prima. Le comunità iniziarono a stanziarsi per poter coltivare, smettendo di seguire gli animali… animali che però iniziarono ad attaccare le colture umane: ci si doveva iniziare a difendere da questi predoni naturali, e le varie comunità agirono in maniera differente, chi recintando i campi, chi recintando gli animali. Gli animali che attaccavano le colture vennero catturati e si cominciò a sfruttare anche loro: fu così che si iniziò ad allevare capre, mucche e polli. La domesticazione degli animali segnò il definitivo stanziarsi di quelle comunità umane.
Scene agricole nell'arte egizia
Come detto precedentemente questo processo iniziò nell’area tra Mesopotamia ed Egitto… Ma perché proprio lì? La questione è semplice: gli abitanti di quelle zone ebbero la fortuna di vedere concentrati sul loro territorio la maggior parte delle specie animali domesticabili dall’uomo, data anche la fertilità del terreno e il giusto clima. Questa fu una vera e propria rivoluzione, che dalla mezza-luna fertile si diffuse lentamente nel resto del mondo. Ma anche all’interno del territorio originario non tutte le comunità aderirono totalmente alla rivoluzione: alcune rimasero di cacciatori-raccoglitori, altre si diedero alla sola coltivazione, altre al solo allevamento, altre a entrambi. I primi e i terzi rimasero nomadi, i secondi e i quarti divennero stanziali. Ma perché queste scelte? Come già aveva intuito il filosofo Russeau, il passaggio da stato di natura a
società complessa ha portato anche svantaggi, come per esempio l’aumento delle ore di lavoro: se i cacciatori-raccoglitori impiegavano poche ore per trovare il cibo, i coltivatori-allevatori dovevano lavorare anche dieci ore per ottenere ciò di cui avevano bisogno: evidentemente alcune comunità avevano intuito ciò.
Jean-Jacques Rousseau
La rivoluzione però comportava anche dei vantaggi: agendo attraverso la selezione artificiale, gli umani erano arrivati ad ottenere piante che producevano molto più cibo di quelle naturali, perciò ci si poteva sfamare più persone. Aumentò la popolazione, e alcune persone si poterono permettere di astenersi dal coltivare ed allevare: gli anziani iniziarono a non lavorare, fornendo un ruolo di consulto decisionale, e i capi delle comunità si concentrarono sempre più nel loro ruolo di comando, mentre alcuni iniziarono a specializzarsi sulla produzione di particolari beni e servizi, barattandoli in cambio di cibo: questo processo si chiama stratificazione sociale, e porterà col passare dei millenni alla nascita dei primi governi. Come spiegato prima non tutti i gruppi umani reagirono allo stesso modo a questa rivoluzione, e nomadi e stanziali convissero nelle stesse zone negli stessi periodi: ciò si risolveva spesso con un conflitto trai vari gruppi, con pastori nomadi che razziavano villaggi di contadini, portando anche il bestiame a pascolare sui campi coltivati; questo conflitto ancestrale può essere visto anche in alcuni miti, come ad esempio quello di Caino e Abele: gli ebrei erano una popolazione di pastori nomadi, e si identificavano con Abele, ucciso da contadino stanziale Caino. Questa diffidenza reciproca continua ancora oggi, per esempio in Europa verso i Rom, spesso malvisti proprio per il loro non aver una casa fissa.
Caino e Abele
rappresentano l'aspra lotta tra i contadini stabili e i pastori nomadi

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Disse Anton Ego...

"Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose, anche l'opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale."